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Vico Flavio Gioia"Sorse il Paese, nelle vicinanze di Stilo, più o meno nelle stesse circostanze e nella stessa epoca, cioè verso il VII secolo (Consolo); quando, cioè, gli abitanti della costa jonica, incalzati e sopraffatti dalle scorrerie dei pirati saraceni, dalla ricorrente malaria e dalla siccità, furono costretti a trasferirsi verso l'interno e a fissare le loro dimore sui colli inespugnabili, o nelle valli defilate, fino allora semideserte.

Il centro di Bivongi è situato sulla riva destra dello Stilaro, lungo il pendio del fondo valle, dietro il monte Consolino, roccioso come una dolomite. Prima di esso, però, sulla riva opposta del fiume, si era costituito il casale di Vingi o Bingi, in prossimità del poggio che conserva ancora l'antico nome. Detto casale, tuttavia, malgrado la felice posizione originaria, già alcuni secoli or sono risultava abbandonato e distrutto, probabilmente perché gli abitanti avevano trovato, nel territorio della odierna Bivongi, molte sorgenti d'acqua, i prati per pascoli più freschi e abbondanti, le cave di pietra, le miniere, la vicinanza di Pazzano e di Stilo, la quale ultima, per la sua preminenza orografica, era divenuta, nel frattempo, un centro importante di studi e di attività commerciali. Per un primo periodo, Bingi e Bivongi avrebbero fatto parte alla pari con altri casali, dell'Università o Confederazione di Stilo; in seguito, Vingi, S.Andrea, Roseto e Bivongi furono donati, dal Conte Ruggero Normanno, al monastero dell'Arsafìa (Consolo); i cui monaci, in seguito, per gran parte greci, furono allontanati con la forza, e la loro giurisdizione, unitamente a quella dei casali Bingi e Bivongi ecc., venne affidata ai Padri Certosini, con diploma dell'anno 1094, che trovasi trascritto nel volume II della Storia critico-cronologica del Patriarca S. Brunone e del suo Ordine Cartesiano, del P.D. Benedetto Tromby - appendice II, pp. LXXII-LXXIV, Napoli 1775.

Ivi si legge che alla chiesa di S.Maria del Bosco, oltre agli altri beni, veniva dato: "item locum, qui dicitur Apostoli, cum duobus casalibus Vingi, alij Bingi, et Bibungi, terBadiaris, silvis, aquis, juribus, justitiis et Grangiam Arsafiae et hominibus, et omnibus pertinentiis suis in territorio Stili". Da ciò si rileva che il monastero dell'Arsafia era già, nel 1200, decaduto al ruolo di semplice grangia, o dipendenza. Ma la giurisdizione in spiritualibus et temporalibus, che in teoria significava padronanza quasi assoluta, per la verità, in linea di fatto, dai Certosini non fu quasi mai esercitata sui Bivongesi che in modo assai limitato, per i seguenti motivi:

  • Perché gli Abati dei monasteri furono amministratori molto meno rapaci e vessatori dei feudi laici, i quali, d’altra parte, dovevano sobbarcarsi a maggiori responsabilità ed esigenze di ogni genere.
  • Perché i monaci della Certosa, anche se impegnati dalle cure spirituali e mistiche del loro Ordine, furono esposti a frequenti e gravi contestazioni, in merito alla loro giurisdizione su Bivongi e sugli altri loro possedimenti.
  • Perché, finalmente, le comunicazioni tra la lontana Serra di S.Bruno e Bivongi erano, in quel tempo, estremamente difficili, lente e pericolose.

Nondimeno, l'Abate soleva venire periodicamente in carrozza, per la primitiva rotabile detta "Via Randa" (via grande) a esercitare, in Bivongi, i diritti e i doveri della sua funzione amministrativa. In paese, sorgevano, difatti, una casa, una piazzetta e un rione, detti "Abatia", appuntoperchè vi si raccoglievano i depositi e gli uffici di segreteria, nonchè l'archivio dell'Abate. Questi vi presiedeva la discussione delle liti e stabiliva le sue decisioni e sentenze, coram Populo, al riparo da una grande volta in mattoni, a tutto sesto, che reggeva - e regge ancora - il pavimento di alcune camere dell'Abatia, coprendo, nel contempo, quel luogo, che era un tratto di pubblica via, fiancheggiato, per tutta la sua lunghezza, e sui due lati, da altrettanti prospicienti gradini-sedili, o muriccioli di pietra e calce, che avevano il piano superiore rifinito con lastroni di granito".

BIVONGI E I SUOI MONASTERI

Monastero TheristisGran parte della storia di Bivongi è legata a quella dei suoi monasteri, di cui S.Giovanni Vecchio è certo il più famoso. A cavaliere delle fiumare Assi e Stilaro, fra Stilo, Guardavalle e Bivongi, in territorio appartenente oggi a quest’ultimo Comune, quasi sulla linea di confine con la provincia di Catanzaro, nella chiusa e quasi mistica solitudine degli antichi boschi oggi quasi del tutto abbattuti assai prima del secolo X sorse un umile monastero basiliano il quale, verso il Mille, fu nobilitato e assurse a grande fama per la presenza di S.Giovanni Theristis il mietitore, e, poco appresso, per la sontuosa riedificazione fattane da uno dei due Ruggeri. Anzi, a tutto assurse la sua fama da essere proclamato caput monasterium ordinis S.Basilici in Calabria. (Paolo Orsi, Le Chiese Basiliane di Calabria, Vallecchi, Firenze). Vi fu Abate anche Apollinare Agresta, Padre Generale dell'Ordine. La chiesa era lunga ben 29 metri nella massima estensione delle braccia, larga m.11,20. Il monastero era anche un centro notevole di cultura, perché in possesso di una vasta raccolta di codici antichi, e forse’anche di incunaboli. I codici venivano trascritti sul posto, a mano, da monaci quivi addestrati allo scopo. L'illustre archeologo Paolo Orsi, roveretano, pochi anni prima della sua morte, così scriveva ad un suo amico, non calabrese: "... Ho mandato un tecnico a fare la perizia per la bellissima e perduta chiesa normanna di S.Giovanni Vecchio che bisogna salvare ad ogni costo". Se egli fosse vissuto più a lungo, probabilmente avremmo avuto davvero, con la conservazione e la difesa dei ruderi, anche la costruzione della rotabile d'accesso, tante volte progettata, a parole, da più di un nostro amministratore locale. Ciò, non solo perchè dai ruderi superstiti si può intuire tanta bellezza del passato, ma anche per la possibilità intravista dall'Orsi, di scoprire più di un prezioso dipinto medievale, sotto la crosta degli intonaci sovrapposte. Si legge nell'Orsi: "Ma bande di malfattori, che infestavano le montagne, una volta spogliarono i monaci perfino delle camicie, lasciandoli completamente ignudi! Col consenso del papa Alessandro VII, nel 1660, i monaci passarono a Stilo, in un monastero nuovo e sontuoso, dove portarono il corpo del loro protettore e la biblioteca, un tempo assai ricca. Ma i codici migliori erano già esulati a Roma, e sono appunto di S.Giovanni i pregevoli Codici basiliani, ora nella Barberiniana ed alla Vaticana", nonchè - aggiungiamo noi - a Grottaferrata. E' dunque da quell'anno (1660) che il convento abbandonato vien detto "S.Giovanni il Vecchio".

Un altro monastero, fra i più antichi e rinomati, è quello dei SS. Apostoli, situato in cima al colle omonimo, in vista di Bivongi, già cinto di robuste mura "secentesche". "I terremoti, impotenti a S. Giovanni, qui hanno travolto ogni cosa. Eppure sorgeva anchConvento Apostolie qui un monastero di data assai antica. Ad esso re Ruggero donò, nel 1115, alcuni uomini e si conoscono i nomi di due dei suoi primi priori, Umberto nel 1154, ed Adimaro nel 1182" (P. Orsi, ivi). Il convento, già noto in tutta la plaga jonica, venne anch'esso abbandonato nel 1807, dall'ultimo nucleo dei suoi monaci. (Rocco Andrea Di Landro - Messina 1963)

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