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Centro storicoBivongi si trova alle falde del Monte Consolino, in una zona intensamente coltivata a vite con profili paesaggistici dolci e distensivi. In provincia di Reggio Calabria, a cavallo tra le province di Vibo Valentia e Catanzaro, è incastonata in una vallata delle Serre protetta dai monti che la circondano e, per la sua posizione strategica, l'hanno salvaguardata nei secoli dalle scorrerie dei pirati. E' stata per circa 7 secoli alle dipendenze della Certosa di Serra fino a quando, nel 1806 con la venuta dei francesi, non divenne autonoma. 
"Università di Bivongi" il titolo assunto dal paese, cioè entità locale costituita giuridicamente. Nella sua lunga storia millenaria conserva ancora molte delle antiche tradizioni. Il paese, ancor oggi attivo, in passato fu tra i più conosciuti per le molteplici attività che vi fiorivano, dalla produzione della seta alla lavorazione dei metalli e della pietra, alla produzione dell'energia elettrica, all'estrazione, dalle locali miniere, del molibdeno. Fa parte di quella che è stata ribattezzata la vallata bizantina dello Stilaro per la presenza di molti monumenti e per essere stata meta, ancora prima del 1000, dei monaci provenienti dall'Oriente che scappavano, con le loro icone, dalle leggi iconoclaste emanate dall'imperatore Leone Isaurico. Nel corso del suo millennio di storia le tradizioni artigiane di Bivongi sono rimaste integre.

L'ospitalità degli abitanti è eccellente, l'abitato è assai pittoresco, con un labirinto di stradine, con una miriade di scale e scalette che servono per raggiungere le abitazioni, altissime, poste una sopra l'altra, in un mucchio di muri e di archi. L'obiettivo del visitatore è la basilichetta di San Giovanni Theristis dell'XI secolo.
Dopo il completamento dei lavori di restauro del 2002, è un vero e proprio capolavoroBasilica Monastero Theristis dell'arte bizantino-normanna. Vi si trovano degli affreschi realizzati secondo lo stile bizantino del XIII secolo, ma il più bel dipinto, una tela raffigurante la Madonna col Bambino, è stato trafugato. Recentemente è stato ripristinato il monastero con la presenza di alcuni monaci ortodossi. Si può accedere alla zona in automobile ed in pullman, lungo una stretta via asfaltata di circa 3 Km che porta al grande piazzale che fa da parcheggio. Nel territorio vi sono diverse sorgenti di acque solforose. 
Se non si hanno molti nomi da segnalare nel campo della grande cultura, sono invece proverbiali l'operosità e l'intraprendenza dei Bivongesi che conobbero, per questo, lunghi periodi di benessere e di prosperità economica, sotto forme di vera e sostanziale democrazia. Si è che l'amministrazione dei monaci fu relativamente blanda e consentì, quindi, che prendesse effettiva consistenza, nei Bivongesi, lo spirito di libertà, d'iniziativa, d'autonomia, anche quando altrove incombeva la mentalità feudale, tracotante e servile nelle leggi e nel costume. I Bivongesi poterono così dissodare terreni in proprio e in enfiteusi, oltre a fertilizzare liberamente anche greti di torrenti che poi venivano travolti dalle acque. Nè essi si prodigarono, singolarmente, nel lavoro e nelle fatiche contro la natura avversa, se si considera che per la costruzione di lunghi e rudimentali acquedotti, indispensabili all'irrigazione degli orti (in terreno privo di campi pianeggianti) o per il riattamento di sentieri e passarelle distrutte, erano pronti, ogni volta, all'appello del pubblico banditore, sempre accolto con entusiasmo e disciplina collettiva.

Sono degni di menzione, tra l'altro, i rudi e tenaci sforzi dei Bivongesi nelle miniere, nelle cave di pietra calcarea, di granito, di marmi pregiati e nelle ferriere. In località che fronteggia quella detta ancor oggi "Argentera", all'Angra (orto) del forno", deve aver funzionato un alto forno per la lavorazione dei minerali sul posto.

Viuzze del centroFino ad alcuni anni fa, era ancora efficiente una delle quattro concerie bivongesi, per la fabbrica di pelli e cuoi che, una volta, furono premiati all'Esposizione di Napoli. Allo stesso modo, non furono meno di quattro le famiglie che in Bivongi lavoravano la cera ("i Cirari"), fabbricando ogni tipo di candele. Al "Battendieri", con macchine ad acqua, simili a quelle dei tanti mulini edificati, travolti e ricostruiti nelle immediate vicinanze di Bivongi, si lavorò l'orbace e si produsse il batuffolo di ginestra, per ricavarne l'umile tela, con cicli di lavorazioni caratteristiche, in un clima di sana e fervida allegria. Rigogliosi erano anche gli orti e i giardini, malgrado gli straripamenti e le frequenti inondazioni dei molti torrenti, da cui i Bivongesi non ebbero mai tregua. Abbondanti e pregiati erano, allora, i formaggi, i fagioli bianchi e, tra le verdure, i tenerissimi cavoli, le lattughe, i sedani, disposti in lunghe filari di verde, lambiti continuamente dalle acque della fiumara maggiore. Altrettanto può dirsi del vino, del moscato, dell'olio, del miele, dei dolciumi, prodotti, quasi sempre, con metodi più razionali, di fronte all'arretratezza degli altri produttori di zone vicine e lontane. Si rammentano, ancora, le tormentate irrigazioni notturne dei campi, al lume della lanterna ad olio, retta da un familiare che spesso era un ragazzo o una bambina; le tenebre punteggiate da chiarori vaganti; le frequenti contese sulla durata dei turni di acqua assegnati a ciascuno. Le lunghe teorie di muli, di giumente, di asini che per settimane e settimane, - come formiche - recavano (e recano ancora), ostinatamente, grossi carichi di uva, olive, granturco, foglie di gelsi per bachi da seta, fasci di erica, legna da ardere, ceste di biancheria, di carbone, tavoloni provenienti dai campi e dai boschi più lontani, si snodavano, con biblica lentezza, lungo i tratturi adducenti verso le case di Bivongi. A così dure fatiche non si sottraevano che pochissimi, in paese. Uomini e donne di tutti i ceti, di tutte le età, in tutte le ore del giorno e della notte, come le api di un grosso alveare, secondo le necessità di ciascuno, facevano continuamente la spola dalle numerose cantine, dagli ovili e dai non pochi frantoi di ulive. In questi ultimi, come nei palmenti per la pigiatura delle uve, i turni di lavoro erano, e sono ancora, di ventiquattr'ore per ogni squadra di operai che sanno alleviare la fatica col canto, mentre i compagni ordiscono vivaci burle ai lavoratori più assonnati o meno puntuali nel presentarsi ai turni lavorativi che, da secoli, si effettuano a mezzMamma Nostra Bivongianotte. In molti casi, sono stati calcolati realizzi finanziari così alti, da sembrare iperbolici, come avvenne, per esempio, nel 1917, col gettito di due milioni di lire ricavate dalla produzione dei bozzoli, e divise tra le 500/600 famiglie del paese. Malauguratamente, di così fiorente industria non rimane che il nostalgico ricordo, da quando essa venne quasi totalmente soppiantata, sia dalla insostenibile concorrenza della grande industria, come dall'esodo della mano d'opera e dalla carenza di una moderna rete stradale.

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